Io proprio non ci sono portata agli addii. Ci provo sempre a chiudere perchè arriva sempre il momento nella vita in cui si devono tirare le righe e fare le somme e a volte le lunghe addizioni hanno come risultato un solo numero: lo zero.
Questo blog era nato tanti anni fa, nel 2008. Allora Melpomene era qualcuno, aveva motivo d'esistere e come ogni personaggio che si rispetti, così anche Melpomene si era impossessata di una vita propria, indipendente dal suo autore, una certa Giorgia Bernardini che nel 2008 aveva 23 anni e si era trasferita ad Heidelberg. A quel tempo questa Melpomene era un alter ego nato per dire un sacco di cose a qualche persona. Era nata per arrabbiarsi, per disperarsi e a volte anche per chiedere scusa.
Melpomene era una donna con le palle. Mel si sapeva incazzare e dire quando una cosa non gli andava bene. Lo faceva a modo suo, certo. Con sogni strani in cui il suo amore andato a male si mescolava in una centrifuga di camicie bianche mescolate a pezzi di cervello sanguinolento oppure con immagini di nudità. Melpomene arrivava a casa ogni sera, in una piccola stanza di uno studentato tedesco, una stanza fredda e senza personalità, con un piccolo poster di Lucy e Schroeder appeso sopra la non testiera del letto, arrivava in questa casa dopo ore infinite di inutile studio sulla conformazione dei vari fori romani spersi nel mondo, e una volta chiusasi la porta alle spalle si spogliava di tutto e diventava solo se stessa: una figuretta isterica e sofferente che si piegava al primo soffio di vento. Melpomene si è piegata un sacco di volte ma poi si è sempre risollevata. Ha raccontato tante storie, per lo più tristi e dalla fine confusa. I pensieri e i sogni di lei si sono rimescolati tante volte nelle centrifughe dei suoi sogni e a volte ne sono nate storie felici come quella di quando si innamorò di Anemos senza averlo visto mai. Anemos era un vento dietro al quale si nascondeva un uomo lontano e mai conosciuto che l'aveva raccolta da terra e l'aveva risollevata con la sua assenza. Il vento passa solo attraverso le fienstre aperte e Melpomene allora era una finestra aperta attraverso cui poteva passare solo un vento inesistente. Anche quella volta Melpomene ha rimescolato tutto e ha capito che la vita non è un Anemos che non si vede mai ed è andata avanti. Però Anemos resta una storia felice e il fato ha poi voluto che la persona che stava dietro quel vento e lei s'incontrassero sul serio. Dopo quello, niente più.
Ho cercato disperatamente di portare avanti Melpomene in tutti i modi, anche quando sentivo che il suo respiro si stava facendo più flebile. Adesso, oggi, davvero non c'è più niente di lei perchè non c'è più motivo di arrabbiarsi con nessuno.
Tutta quella forza però non è andata persa. Tutta quella forza c'è e io la sto incanalando per realizzare il mio sogno più grande, con la sola differenza che adesso non ho più bisogno di nascondermi dietro un personaggio che non ha corpo. Adesso ho un corpo e una voce e fra Heidelberg e la città dove sono oggi ci sono di mezzo altre tre città, un lavoro e un passato che ho imparato a mettere in scatola e quindi a tacere. Con questo non vuol dire che ho dimenticato, con questo voglio dire che a parlare di quel passato non sarà più Mel, ma sarò io.
Melpomene mi saluta e saluta voi: uno, dieci, cento lettori che siate o siete stati.
Sapete dove trovarmi, ma non mi troverete più qui.
La lunga sommatoria di tutti questi numeri fa zero e ho ritardato il momento in cui avrei tirato questa linea ma ora è giunto il momento di farlo.
Melpomene vi dice addio. Io, invece, ci sono sempre. Se lo vorrete potrete trovarmi da qualche altra parte.
Io ci sono sempre.
Giorgia
non è forse questo il potere delle parole, ossia di dar vita ad immagini che nel mondo del cerchio e del quadro non sono mai esistite?
domenica 1 giugno 2014
venerdì 7 febbraio 2014
Pier Vittorio Tondelli: la Berlino intimista che oggi non ci racconta più nessuno
Berlino. La città che negli Anni Zero si ama
incondizionatamente, senza metterla in discussione mai. La città del fine
settimana che si protrae per quattro giorni di fila, partendo da giovedì notte,
a cavallo della domenica, si allunga come una mano invisibile sino al lunedì.
Party che si spengono lentamente, una fine cadenzata dall’abbandono dei dancefloor da parte di corpi sfiancati
dalle droghe e dalla musica.
I racconti che giungono da coloro che questa
città l’hanno vissuta e la vivono davvero parlano di feste mitologiche, uomini
e donne dalle fattezze divine che dopo un rapido flirt sulla pista chiedono
senza arrossire “ zu mir oder zu dir
(andiamo da me o andiamo da te)?”. Un paradiso sulla terra. Una giostra
psichedelica che non si ferma mai. Cibo a poco prezzo per i nostri animi feriti
dalla crisi e dal futuro incerto. A Berlino si ha l’idea di non poter restare
mai soli; o meglio, si ha l’impressione che non si senta più il bisogno di
esserlo.
Eppure c’è stata un’altra Berlino, una città
dal volto di cui oggi non ci arriva nessuna notizia dall’estero.
Pier Vittorio Tondelli, celebre scrittore
vessillo della cultura degli anni ottanta, ce la restituisce come una città
dalle capacità taumaturgiche. Leggendo le righe di Un weekend postmoderno ce lo immaginiamo camminare lungo i vialetti
del Tiergarten, solo et pensoso, con
il bavero del giubbotto sollevato e le mani gelate in tasca. A didascalia di
questa immagine Tondelli racconta che «c’erano momenti in cui, camminando
solitario lungo i vasti marciapiedi di Berlino Ovest (…) poteva anche capitarmi
di pensare d’essere, a mio particolarissimo modo, felice: momenti, cioè, di
pienezza interiore senza la vicinanza e l’appoggio di amanti, amici, gente con
cui conversare». Berlino viene descritta come una città intimista, ospedale ad
aria aperta per coloro i quali cercano una cura per il loro malessere; un
malessere interiore che lo scrittore conosce bene e da cui cerca sollievo viaggiando
senza posa, da solo in giro per il mondo, assecondando un indomabile «bisogno
di silenzio, di solitudine, di dormire, di ricordare, di tacere, di sparire».
D’altronde, scagli la prima pietra chi non ha provato questi bisogni almeno una
volta nella vita.
Il tema del viaggio accompagna l’opera di
Tondelli come un basso continuo, si intreccia nella trama letteraria delle sue
opere (da Autobahn,
racconto-capolavoro della sua opera prima Altri
libertini sino a Camere Separate,
ultimo romanzo i cui eventi si svolgono fra Italia e la Germania) così come
nella sua esistenza, restituendoci l’immagine del movimento senza posa come la
cura all’insoddisfazione del quotidiano e della provincia da cui proviene per
nascita: «se sono partito, se sono andato (…) è perché dovevo rispondere a
un’ansietà che è dentro di me». E se la sua storia personale e letteraria è
costellata di viaggi, brevi permanenze, amori internazionali, amicizie
allacciate ad una festa di intellettuali o sullo sgabello del bancone di un
bar, una delle tappe più importanti per lo scrittore è la Berlino degli anni
Ottanta, ancora divisa, eccentrica, fedele a se stessa ma soprattutto
autentica. In visita nella capitale nell’inverno del 1985 racconta che «Berlino
è una città che ti mette, spietatamente, e nello stesso istante, di fronte a te
stesso e di fronte alla follia degli uomini, della guerra, delle divisioni e
degli schieramenti politici. Una città in cui puoi ritrovarti, se ti sei perso,
o perderti completamente, se lo vuoi, nell’abbandono languido, venato di
tristezza e malinconia che essa ti offre».
Viene da chiedersi allora se qualcuno dei circa
25mila italiani che oggi abitano ufficialmente a Berlino conosce o
semplicemente saprebbe riconoscere la malinconia che cola dalle pareti dei
palazzi o che il gelido vento polacco
porta con sé, spirando fra i larghi viali dove gli scheletri degli alberi si
piegano stanchi sotto il peso della neve. E una volta riconosciutala,
apprezzarla e capire che è da quelle stesse mura che si sgretola l’essenza di
Berlino, ferita e a tratti ancora divisa, ma nonostante ciò generosa e pronta
ad accogliere e curare. Mi viene da
dire, mi viene da sperare: forse sì. E allora, fra un giro in bicicletta e un
altro in pista, dimostratelo che avete capito, dimostratelo anche a noi che
siamo rimasti qui a guardarvi divertire.
venerdì 31 gennaio 2014
qui non penso mai sì si può vivere
Mia cara amata ti lascio ma non è un addio, è un arrivederci. Ci siamo incontrate troppo presto e io sono come quei giovinotti che non possono dedicarsi completamente ad una sola donna finchè non si sono saziati di mondo. Sono talmente sicura di appartenerti che non sono venuta nemmeno a salutarti, ti basti sapere che ti porto con me: che tu vedrai tutto ciò che vedrò io, perchè sarai dentro i miei occhi. Ti basti sapere che sarai il termine di paragone ultimo per ogni immagine che mi scorrerà davanti e qualsiasi altro rumore, musica, canto o parola dovrà impietosamente confrontarsi con la tua consueta durezza.
Mia amata, devo andare via. Sei troppo grande per me, talmente grande che mi strabordi da tutte le parti, mi scivoli via. Devo andare in un luogo umano, devo andare lì fuori, fuori da te che sei talmente grande che chiunque ti abbia conosciuta non riesce a superare un solo giorno senza tornare anche solo per un attimo con la memoria a te.
Mi hai accolta ferita e confusa, piccola e fragile, incoscente e sola. Mi hai restituita a me stessa, ma dopo due anni sono sempre la stessa, io: non sono abbastanza sazia per potermi fermare da te, non posso ignorare che mi serve una cura e quella cura non sei tu. Tu invece sei il contrario:
sei grande e fredda come una matrigna delle favole, sei scontrosa e dura come un vecchio accigliato che fuma il sigaro su una panchina, sei distrutta come una donna maltrattata e altro non puoi restituire che questo: indifferenza a chi viene e chi va. E se anche solo esistesse il dubbio che tu non ti sei nemmeno accorta di me, io invece ti adoro come una bambina adora sua madre: senza limite, come se tu fossi la divinità del mio focolare.
Arrivederci mia amata Berlino.
Quel freddo che mi hai insegnato lo porto sempre con me.
domenica 22 settembre 2013
Out Out (IPA:[àut àut])
La notte prima che il mio sogno si sarebbe avverato Michele mi chiese tu che cosa vuoi fare e senza lasciare un attimo di pausa fra il mio pensiero e la mia parola aggiunse non puoi dire l'astronauta o lo scrittore. Io con la cornetta in mano me ne stavo là mordicchiandomi il labbro. Da quel momento sono rimasta a lungo in silenzio ricercando una risposta che non fosse nè l'una nè l'altra cosa.
Ed eccola qui infine ed è purtroppo una delle due alternative e delle due non è quella che si fa indossando una tuta spaziale.
domenica 9 giugno 2013
U9
Lo avevano visto tutti. Era impossibile non vederlo: dove la vista inciampava, suppliva l'olfatto: un puzzo di piscio storico pure per la U9, stazione Schlossstrasse -
e dio se ne ha vista lei di gente che si è pisciata addosso.
Lo avevano visto tutti dormire sdraiato di lato sui quattro sedili della stazione, con la mano infilata nei pantaloni a stringersi il membro nel pugno, come un bimbo imbarazzato, solo senza imbarazzo e un altro ordine di grandezze. Una anziana con il fiato grosso per la lunga scalinata si era avvicinata e lo aveva spintonato con l'estemità del bastone per fargli liberare un sedile e sedersi: l'uomo aveva tirato via la mano dai pantaloni e le aveva fatto il dito medio, le aveva detto: verpiss dich, e lui sì che di piscio se ne intendeva. Trovata l'atavica lucidità, la vecchina si era levata di torno e si era diretta verso gli altri sedili. L'uomo si era infilato di nuovo la mano nei calzoni e trovata la posizione ergonomica si era rimesso a dormire.
Dal terzo o quarto treno che era entrato in stazione quella notte erano uscite un paio di anime, dal fondo del treno una donna si era spinta pesantemente nella sua direzione. Ben prima di esser arrivata davanti ai sedili lo riconobbe dal puzzo nauseabondo, il volto si ritirò in un'espressione che non voleva dire davvero più niente, non ne aveva neppure più un'espressione nuova per disegnarsi in volto il disprezzo. Lo affiancò e tirandosi su le buste della spesa, assestandole bene in mano, disse - mi fai schifo. Ti ho detto di non venire più qui, ti ho detto tornate a casa tua, tu qui a Ovest non ci devi più mettere piede. Tornatene da quelle facce piatte delle tue parti, tornate da quei vigliacchi, non ci devi venire più qui. Mi fai schifo. - E recitando questa poesia come a memoria lo superò e cominciò a salire la lunga scala, stancamente, infilava un passo dietro l'altro come le perle in una collana di perle.
Lo avevano visto tutti quel giorno, ma adesso, di notte, non lo vide nessuno stringersi il pene fra le dita, tirare fuori la mano dai pantaloni e asciugarsi con quella stessa mano lurida una lacrima che imbarazzò persino lui.
L'ultimo a vederlo fu il capotreno, che interrogato dalla polizia disse - ne ho visti tanti così in tutti questi anni di servizio: trascorrono anni immobili alla stessa fermata e poi chissà perchè si buttano sotto il treno.
Lo avevano visto tutti, per mesi, per anni. Ma nessuno mai che avesse chiesto: scusi, mi può fare un po' di posto proprio là, accanto a lei?
e dio se ne ha vista lei di gente che si è pisciata addosso.
Lo avevano visto tutti dormire sdraiato di lato sui quattro sedili della stazione, con la mano infilata nei pantaloni a stringersi il membro nel pugno, come un bimbo imbarazzato, solo senza imbarazzo e un altro ordine di grandezze. Una anziana con il fiato grosso per la lunga scalinata si era avvicinata e lo aveva spintonato con l'estemità del bastone per fargli liberare un sedile e sedersi: l'uomo aveva tirato via la mano dai pantaloni e le aveva fatto il dito medio, le aveva detto: verpiss dich, e lui sì che di piscio se ne intendeva. Trovata l'atavica lucidità, la vecchina si era levata di torno e si era diretta verso gli altri sedili. L'uomo si era infilato di nuovo la mano nei calzoni e trovata la posizione ergonomica si era rimesso a dormire.
Dal terzo o quarto treno che era entrato in stazione quella notte erano uscite un paio di anime, dal fondo del treno una donna si era spinta pesantemente nella sua direzione. Ben prima di esser arrivata davanti ai sedili lo riconobbe dal puzzo nauseabondo, il volto si ritirò in un'espressione che non voleva dire davvero più niente, non ne aveva neppure più un'espressione nuova per disegnarsi in volto il disprezzo. Lo affiancò e tirandosi su le buste della spesa, assestandole bene in mano, disse - mi fai schifo. Ti ho detto di non venire più qui, ti ho detto tornate a casa tua, tu qui a Ovest non ci devi più mettere piede. Tornatene da quelle facce piatte delle tue parti, tornate da quei vigliacchi, non ci devi venire più qui. Mi fai schifo. - E recitando questa poesia come a memoria lo superò e cominciò a salire la lunga scala, stancamente, infilava un passo dietro l'altro come le perle in una collana di perle.
Lo avevano visto tutti quel giorno, ma adesso, di notte, non lo vide nessuno stringersi il pene fra le dita, tirare fuori la mano dai pantaloni e asciugarsi con quella stessa mano lurida una lacrima che imbarazzò persino lui.
L'ultimo a vederlo fu il capotreno, che interrogato dalla polizia disse - ne ho visti tanti così in tutti questi anni di servizio: trascorrono anni immobili alla stessa fermata e poi chissà perchè si buttano sotto il treno.
Lo avevano visto tutti, per mesi, per anni. Ma nessuno mai che avesse chiesto: scusi, mi può fare un po' di posto proprio là, accanto a lei?
venerdì 7 dicembre 2012
The home where I live in
impacchettare gli ultimi otto mesi alla ricerca di una casa. questa volta una vera.
sabato 24 novembre 2012
- ...e poi non ne potevo più e me ne sono dovuto andare ma non pretendo che tutti capiscano e nemmeno che tu lo faccia perchè non è che se mi ci metto ti posso spiegare tutto tutto, ma proprio tutto quello che mi è passato per la testa in quei cinque minuti di coraggio di sto cazzo. E non mi guardare così, potevi pensarci prima..potevamo pensarci prima. Che vuoi adesso, che tutto è deciso e anche tu che credi di star male un giorno mi dirai grazie e io guarda me ne sto qua ad aspettarlo questo grazie. Ci siamo? Siamo d'accordo? Che ne dici tu, che stai accartocciata sul divano e ti tieni le budella fra le mani, dì qualcosa. Parla cazzo, aprila quella bocca.
- hai fatto bene ad andare, avessi saputo farlo io ti avrei lasciato qui sul divano con le budella in mano ma tu sei stato più veloce. hai fatto bene, eccome se lo hai fatto.
- hai fatto bene ad andare, avessi saputo farlo io ti avrei lasciato qui sul divano con le budella in mano ma tu sei stato più veloce. hai fatto bene, eccome se lo hai fatto.
perchè perchè perchè perchè perchè
i finali più emozionanti sono quelli che non ci si aspetta. ci vediamo laggiù.
martedì 24 luglio 2012
lunedì 16 luglio 2012
pollo over rice
Una vecchia storia di ieri che si ripropone a New York come a Berlino e chissà dove ancora:
giovedì 5 luglio 2012
domenica 3 giugno 2012
ritorni
voglio fare come Odisseo: dieci anni. dieci.
e poi torno a casa.
ci sarà allora qualcuno ad aspettarmi,
qualcuno a riconoscere non le vecchie ma le nuove cicatrici
che avrò raccolto in giro per il mondo?
e poi torno a casa.
ci sarà allora qualcuno ad aspettarmi,
qualcuno a riconoscere non le vecchie ma le nuove cicatrici
che avrò raccolto in giro per il mondo?
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